LE MASCHERE CHE INDOSSIAMO: Riconoscerle e Liberarsene
- saraquieti
- 26 giu 2025
- Tempo di lettura: 4 min
Un incontro inaspettato a Bali e la libertà di scegliere chi vogliamo essere
Quante maschere indossi ogni giorno senza accorgertene? E quante di queste ti stanno ancora davvero bene?

Ci sono luoghi che, senza avvisare, ti mettono davanti a specchi. A volte sono specchi silenziosi come l’acqua di un lago, a volte hanno la voce graffiante di uno sconosciuto. Nel mio viaggio a Bali, ne ho incontrato uno così. Un uomo scalzo, una noce di cocco intagliata, e un sorriso che imitava la mia sicurezza. Ma io, quella sicurezza, non la sentivo davvero.
Bali, 2017 Un’isola di contrasti: caos e silenzio, spiritualità e confusione, risaie che danzano tra le curve della terra, motorini e templi sospesi sull’acqua. Per me è stata un’isola facile da girare, molto accomodante che mi ha permesso di esplorare l’inesplorabile. Mi sentivo viva. Libera. In sella al motorino, senza Google Maps, solo con una semplice mappa e la voglia di perdermi.
L’incontro con Putu.

Chi è Putu? Un artigiano balinese che ogni giorno parte da Lombok per lavorare a Bali. Magrissimo, capelli arruffati, piedi scalzi, le mani segnate. Trasforma noci di cocco in maschere. Ma non sono solo maschere: sono volti, identità, espressioni. Sono storie.
Putu osserva i turisti che passano sull'isola e intaglia i loro tratti, le loro espressioni, i loro atteggiamenti. Traduce con il legno ciò che coglie nei volti: tutte le maschere che indossiamo. La maschera dell’arrogante, del saputello, del ricco, del distaccato.
Le imita ridendo, con una gioia semplice e disarmante.
E, io che maschera indosso?
Così, un po’ per gioco, gli chiedo: “E la mia? Che maschera ho io?”
Lui ride, esita un momento, poi accetta.
Mi guarda negli occhi, cammina con fierezza, ancheggia, mi fissa intensamente.“Tu hai la maschera della donna sicura di sé.”
Mi ha imitato ancheggiando e mi fissava negli occhi con uno sguardo sicuro. Ho iniziato a ridere e lui insieme a me. Abbiamo avuto qualche minuto con gli occhi pieni di gioia.
Putu nel suo modo semplice di dialogare e di vivere mi stava mostrando una verità che riguarda ognuno di noi, compresa me. Ho vissuto quel momento come un momento ricco di insegnamento. Mi sembrava un uomo profondamente libero, nonostante le difficoltà. Libero di camminare a piedi nudi, libero di scegliere una vita meno agiata, ma piena di senso.
Giù la maschera.
Ma, io non mi sentivo affatto così. In quel periodo, la sicurezza era una corazza più che una verità. Avevo costruito attorno a me una maschera fatta di presenza, parole misurate, gesti decisi. Sembravo forte, centrata, capace di reggere tutto.
Ma dentro, c’era confusione, stanchezza, domande lasciate in sospeso. Quella sicurezza era una maschera appresa, un modo per difendermi, per sentirmi all’altezza, per essere accolta. Mi serviva per essere credibile agli occhi degli altri, per non deludere chi vedeva in me un faro. Eppure, ogni tanto, quella maschera mi stringeva.
L’insegnamento.

Quello scambio con lui ha messo luce proprio lì: sulla distanza tra ciò che mostravo e ciò che sentivo e le domande che da li ho iniziato a farmi, quesiti che porto anche nei miei cerchi.
Quante maschere indossiamo nelle nostre giornate?
Per quale motivo indosso una determinata maschera?
Da cosa voglio proteggermi?
Che cosa c’è dietro al fatto di non volermi mostrare come sono?
A volte le indossiamo per difesa.
A volte per abitudine.
A volte perché ci hanno detto che era quella giusta.
Nei cerchi che facilito, le donne arrivano spesso coperte da tante maschere. Piano piano, iniziano a osservarle, a comprenderle, a metterle da parte. Non con vergogna, ma con amore. E davanti allo specchio, riconoscono la loro vera essenza.
Scegliere chi vogliamo essere è un atto di presenza. Non è necessario spogliarsi di tutto per sentirsi vere, ma iniziare a guardare con consapevolezza ciò che indossiamo ogni giorno, anche interiormente.
Una maschera può proteggerci, ma non dovrebbe mai soffocarci.
Ti invito a fare un piccolo gesto nei prossimi giorni:quando ti accorgi di indossare una maschera – magari quella della forza, del controllo, della leggerezza forzata – fermati e chiediti con gentilezza:
“Mi sta ancora bene questa maschera? O posso lasciarla andare, anche solo per un attimo?”
Anche solo riconoscerla, senza giudizio, è un atto d’amore verso te stessa.
E tu?
Riesci a riconoscere le tue maschere?
Scrivilo nei commenti sotto l’articolo, oppure semplicemente tienilo con te come seme.
Perché a volte basta poco per iniziare a scegliere chi vogliamo essere.




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